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TORINO | Raffaella De Chirico Arte Contemporanea | Fino al 28 ottobre 2017
di MICHELE BRAMANTE

Se provaste ad immaginare come riposano in sé le cose oltre le sponde delle nostre parole, trovereste il luogo in cui già da sempre alberga l’uomo. Le opere di Elena Modorati, presentate da Raffealla De Chirico in una mostra che arricchisce il panorama della Torino Art Galleries, aprono al mistico che il filosofo del linguaggio Wittgenstein intrevedeva al di là di ciò che può essere detto. Mentre nella Project Room della galleria, con il lavoro di Simone Scardino la luce cerca il suo equilibrio su una corda blu.

Elena Modorati, Reliquiario, 2016, cera, carta, ferro, vetro e pietre, 80x50x12 cm

Elena Modorati, Reliquiario, 2016, cera, carta, ferro, vetro e pietre, 80x50x12 cm

È quasi impalpabile il pianto sommesso con cui Elena Modorati lamenta la nostra condizione di separatezza. Le sue lacrime arrossano le palpebre e corrodono la carta che le trattiene, scorrono incontenibili fino a perdere la propria natura soggettiva per trasfigurarsi in qualcosa di più ampio che riguarda l’esistenza, nell’elegia suprema dell’uomo che si cura della propria finitudine.
L’artista usa forme e parole per esibire la relativa incapacità di cogliere la conoscenza profonda delle cose, che colpisce anche noi come soggetti e oggetti del sapere rendendoci in eterno impenetrabili per la nostra stessa comprensione. Le forme e le parole aderiscono alle sostanze come un involucro, costituendo una riserva di astrazione. Ma la loro esteriorità, rivela l’artista, fa parte della realtà nella sua interezza. Ed è grazie a questa compenetrazione tra pensiero e realtà che i segni possono essere reintegrati nella dimensione umana quando viene riconosciuto il loro valore per l’esperienza circolare della comprensione, nella misura in cui si interroga il mondo a partire da una posizione interna al mondo stesso, ricorrendo all’uso obbligato dei concetti e delle loro risorse comunicative. Il linguaggio divarica una distanza tra i nomi e gli oggetti, deteriorandoli nell’irrimediabile divorzio tra significante e referente, tra le parole e le cose. Tuttavia, per quanto esterni tra loro, i due limiti restano abbracciati nell’inviluppo onnicomprensivo dell’esistenza, pervasa da una unità che trascende e ricompone tutte le mediazioni dell’intelletto. La cera, materica e opalina, rende palpabili i pensieri, facendovi corrispondere una sensazione tattile e luminosa che si espande nello spazio esperienziale, entro cui la relazione con le opere pulsa in un respiro tra esterno e interno, tra la distinzione istituita dalla scrittura in rapporto alla lettura e il momento dell’incontro che le contiene entrambe.

Elena Modorati, La biblioteca di Ur, 2013, ferro, cera, carta giapponese, 41x75 cm

Elena Modorati, La biblioteca di Ur, 2013, ferro, cera, carta giapponese, 41×75 cm

La scrittura impone delle separazioni che fondano la condizione della sua possibilità di significazione. Essa può funzionare solamente in ragione delle distanze aperte tra la pagina e la vista, dei vuoti tra le parole e tra i referenti che esse denotano. Premesse che hanno come effetto l’incontro a distanza nel tempo e nello spazio tra l’origine del messaggio e la sua interpretazione, il differimento tra il testo e il suo significato, a differenza della comunicazione verbale che si situa nella compresenza semplice dei parlanti. Elena Modorati rende fluide queste spaziature immergendole nella cera solidificata e permeabile alla luce, che viene riflessa in aloni cromatici diffusi nell’atmosfera, alla cui superficie affiorano frasi come vaghi orizzonti. Ovvero, incarna i segni delle forme pure in calchi di cera che accosta a oggetti concreti salvati dall’oblio, per sciogliere le loro singolarità nell’unità della luce e riammettere forme e scrittura nel presente della sensazione.

Simone Scardino, Solstizio d’Estate (21 giugno 2017), cianotipia, corda in cotone, 600 m

Simone Scardino, Solstizio d’Estate (21 giugno 2017), cianotipia, corda in cotone, 600 m

La luce è protagonista anche nell’opera processuale di Simone Scardino, che le ruba segretamente il tempo nel suo giorno più esteso visualizzando il percorso del sole solstiziale lungo una corda intrisa di sostanza fotosensibile. Mentre l’ombra si ritira dalle ore e poi, passato il mezzogiorno, riconquista lo spazio, la trasparenza vira nel blu, fino a coprire l’intera lunghezza della corda esposta ai raggi.
Il riferimento al solstizio viene sfrondato, da parte dell’artista, di ogni intento simbolico: il tempo e la luce concorrono a registrare il processo graduale di colorazione di un decorso spaziale in senso puramente fenomenologico, mettendo in connessione la variazione cromatica sulla corda con la fisica degli astri. Tuttavia, Scardino non manca di rendere problematico il rapporto tra le dimensioni naturali, apparentemente fisse e commensurabili, dal momento che l’installazione piega tra le sinuosità della corda, a tratti attorcigliata su se stessa, la relazione concreta tra tempo e spazio, lasciando al lasso tra l’alba e il tramonto l’arbitrio delle sfumature d’azzurro.

Elena Modorati. Comfort Zone (Main Gallery)
Simone Scardino. Solstizio d’estate (Project room)

21 settembre – 28 ottobre 2017

Raffaella De Chirico Arte Contemporanea
Via Giolitti 52 – Via della Rocca 19, Torino

Info: +39 011 835357
info@dechiricogalleriadarte.it
www.dechiricogalleriadarte.com

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