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MILANO | Galleria Giovanni Bonelli | 11 giugno – 8 agosto 2015

Intervista a FLAVIO ARENSI di Silvia Conta

Una mostra che fin dal titolo impone riverenza e, così scandito, assomiglia sia ad un imperativo che ad una dichiarazione d’intenti: ec-cel-lèn-za. 15 selezionatissime opere, la maggior parte delle quali inedite e pensate appositamente per la mostra, degli artisti italiani Agostino Arrivabene, Alessandro Brighetti, Bertozzi & Casoni, Angelo Filomeno, Jacopo Mazzonelli, Luigi Ontani, Fabio Viale, Massimo Vitali in un evento espositivo che, nell’apparente semplicità di allestimento nello spazio milanese della Galleria Giovanni Bonelli, obbedisce a rigorosi canoni espositivi di livello museale, atti ad esaltare l’altissimo livello di realizzazione delle opere esposte a favorire nello spettatore un rapporto autentico con ciascun lavoro e ad accompagnare i suoi occhi nel passaggio da un lavoro all’altro.
Abbiamo incontrato il curatore, Flavio Arensi, che ci ha spiegato genesi e ragioni di una mostra che rivela grande coerenza negli intenti, nella scelta delle opere, nell’allestimento e nella documentazione.

Veduta della mostra, opere di Alessandro Brighetti (Les Incorruptibles, ferro fluido, magneti al neodineo, motoriduttore, arduino, cemento, acciaio, plexi, cm 39x30x60, 2015 e Sans titre n.3, ferro fluido, magenti al neodineo, motoriduttore, acciaio, piedistallo laccato, plexi, cm 140X61X13, 2013) e Massimo Vitali (Massimo Vitali, Plumb Beach, Chromogenic Print Diasec, cm 180x220, 2006), courtesy Galleria Giovanni Bonelli

Qual è il tuo concetto di eccellenza?
Mi interessa il risultato complessivo: accanto alla perfezione tecnica ci deve essere un contenuto preciso e ben strutturato. L’eccellenza si raggiunge quando un artista riesce a dare origine ad opere in grado di comunicare ciò che si prefigge attraverso dinamiche tecniche importanti, nel momento in cui lavora con cognizione di causa e utilizza con consapevolezza il medium, al di là di quale esso sia. Ricordo quando il pittore e disegnatore Leonardo Cremonini – scomparso nel 2010 – era presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca di Roma e organizzò un convegno dedicato alla differenza tra presentazione e rappresentazione che fu per me un argomento di grande riflessione. Credo che dal 1969 con When Attitudes Become Form curata da Harald Szeemann l’arte contemporanea si sia sbilanciata molto verso la presentazione e ora bisognerebbe forse tornare a unire proprio i due aspetti di presentazione e rappresentazione. Questo genera l’eccellenza.

Veduta della mostra, in primo piano opere di Fabio Viale, senza titolo (Madonna), marmo bianco, cm 31x71x18,5, 2015 e Luigi Ontani, foto in ceramica (ceramiche Gatti), cm 54x46x5cm ca., 2015, courtesy Galleria Giovanni Bonelli

Partendo da questa premessa come hai scelto gli artisti e i lavori in mostra? E da dove deriva la scelta di mescolare artisti di generazioni differenti?
A partire dal medium: dalla ceramica al marmo fino a lavori più concettuali, accomunati dal fatto che il linguaggio dell’artista rappresentasse un’eccellenza in quel tipo di lavorazione. È stato naturale chiamare Ontani perché da anni usa la ceramica, così come Bertozzi&Casoni – che ne fanno un uso straordinario -, Mazzonelli che lavora sulla musica ma col silenzio, Viale per il marmo, Brighetti per il nesso fra materia e forma, Filomeno per il ricamo, Vitali per i suoi quadri fotografici e Arrivabene per la pittura.
Ho sempre lavorato soprattutto con artisti storici o con grandi maestri, da Auguste Rodin a Mimmo Paladino, da James Ensor a Zoran Mušič, non mi sono mai posto il problema di quando fossero nati o morti, un’opera è contemporanea non per come si colloca cronologicamente, ma per il tipo di linguaggio che usa o l’argomento che porta. In mostra ci sono artisti di generazioni diverse, ma ciò che mi interessava era riuscire a dare all’interno dello spazio l’idea di una mostra organica nel concetto, opere attraverso cui stabilire precisi equilibri visivi e rimandi formali. Per arrivare a ciò c’è stato anche un grande lavoro di allestimento: gli spazi tra le opere, la loro posizione, i colori, producono un ritmo visivo molto preciso. Anche il catalogo cui abbiamo lavorato e che sarà volutamente spedito a mostra terminata, riprende un concetto di “eccellenza”, ma questa volta del ricordo rifacendosi a una forma di archiviazione delle immagini che col digitale è scomparsa. Non ci saranno testi. È un catalogo da collezione che stiamo realizzando assieme a un gruppo di creativi giovani ma molto presenti a livello internazionale con la collaborazione con l’ONU e la Fondazione di Kofi Annan ma in Italia curano l’immagine del Milan e del Bologna calcio, i Blossom (www.blossoming.it n.d.a.), senza contare l’apporto dell’ufficio di pubbliche relazioni CLP di Luca Melloni, perché su questa iniziativa abbiamo costruito un team allargato di professionisti.

Jacopo Mazzonelli, Arcata, barra di acciaio, archetti di violino, matita, cm, 240x70x8, 2015 e Jacopo Mazzonelli, Volume, tromba, cemento, cm 16x16x61, 2015, courtesy Galleria Giovanni Bonelli

Questa è la tua prima mostra in una galleria privata, vero?
Con le gallerie ho sempre collaborato, ma scrivendo i testi per le mostre. In passato ho preferito concentrarmi sul lavoro degli spazi pubblici, soprattutto con la direzione dei musei di Legnano, di cui ho curato la programmazione espositiva dal 2003 al 2012. Questa la ritengo la prima volta in cui collaboro con una galleria privata come curatore. In questo contesto, curare una mostra significa realizzare un pensiero che tenga presente di come uno spazio privato ha comunque una sua funzione pubblica educativa, pur dovendo fare i conti con il mercato in maniera più diretta. Ho voluto quindi concentrarmi su pochi artisti e costruire un buon rapporto con lo spazio espositivo, fare una mostra minimale, che fosse – in sostanza – una project room di livello museale. Con il gallerista abbiamo iniziato a novembre con una lunga selezione, partendo da una lista di venti artisti e chiudendo ad otto, di cui soltanto uno, Agostino Arrivabene, della galleria. Con Bonelli non volevamo trovare un tema trasversale da adattare a tutti e – contrariamente a quanto può sembrare un titolo così generico – abbiamo cercato di reperire una soluzione in cui gli artisti si “incastrassero” fra loro, a prescindere se o meno in rapporto con la galleria. Alla fine è un rendiconto di quella che è una mia sensazione sullo stato dell’arte, o di una sua parte.

Bertozzi&Casoni, Tu, ceramica policroma, cm 57,5x27x2, 2011, courtesy Galleria Bonelli

Quindi ritieni che in questa mostra lo spazio pubblico e quello privato si scambiano, in parte, i ruoli?
È una riflessione che faccio da tempo. In Italia i musei vivono nel momento in cui hanno importanti collezioni, soprattutto di arte del passato, come gli Uffizi, oppure quando fanno grandi mostre temporanee, ma sempre tra difficoltà burocratiche e di budget. I musei che non hanno una collezione sono spesso costretti a chiudere tra una mostra e l’altra. Credo, quindi, che in questo momento storico i veri spazi “pubblici” siano le gallerie, perché rese vive – e significative in questo senso – dalla gente che le frequenta. Forse è una considerazione che in Italia dobbiamo fare: dove va la gente a conoscere l’arte contemporanea? Sempre più spesso nelle gallerie private.

[ec-cel-lèn-za]
Agostino Arrivabene, Alessandro Brighetti, Bertozzi & Casoni, Angelo Filomeno, Jacopo Mazzonelli, Luigi Ontani, Fabio Viale, Massimo Vitali

a cura di Flavio Arensi

11 giugno – 8 agosto 2015

Galleria Giovanni Bonelli
Via Luigi Porro Lambertenghi 6, Milano

Info: www.galleriagiovannibonelli.it

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