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MILANO | Galleria Rubin | 22 febbraio – 4 marzo 2012

CRANIOSCOPIA

intervista ad ALBERTO ZANCHETTA di FRANCESCA DI GIORGIO

Se n’è parlato, se ne parla e se ne parlerà… A quasi un anno dall’uscita di Frenologia della vanitas (Johan & Levi Editore, 2011) Alberto Zanchetta continua il percorso tracciato “nel segno del macabro”. Dopo MM – Hasta la Muerte/Fino alla Morte – in corso da Miomao a Perugia – “il paladino delle teste di morto” mette in piedi, questa volta alla Galleria Rubin di Milano, un nuovo progetto cranio-centrico.
Ammesso e non concesso che l’argomento possa, più o meno, intrigare è, a dire il vero, ancora una volta, la “messa in piega” del Zanchetta-pensiero ad incuriosire… Senza contare che, in quest’occasione, il palinsesto che si presenta da Rubin non vuole essere la parziale trasposizione di un testo/ricerca ma un’indagine/costola che va proprio ad investire in pieno il suo ideatore.
Una sorta di backstage da cui saltano fuori delle vere e proprie “chicche” provenienti dagli artisti coinvolti quanto pure dalla collezione del curatore, Taccuini tanatologici compresi. Perché si sa… «le mostre sono dure a morire»!

Francesca Di Giorgio: Ci racconti di che natura sono le due “uscite pubbliche” (prima a Perugia e ora Milano)? Parliamo di come hai deciso di costruire la mostra negli spazi della Galleria Rubin…
Alberto Zanchetta: Consapevole del fatto che nel libro Frenologia della vanitas non era possibile “dire tutto in una volta sola”, ho continuato ad approfondire il discorso organizzando delle mostre sui temi macabri. Per il progetto alla galleria Rubin mi sono posto il problema di adottare un criterio che esulasse dalla comune prassi espositiva. Era mia intenzione mettere in evidenza un progetto curatoriale che nel momento in cui mostrava (le opere) si mostrasse a sua volta. In altre parole volevo realizzare una mostra che fosse in grado di interrogare se stessa, e quale migliore simulacro del – proprio – cranio, custode di memorie e di conoscenze che sono più intuite che comprese? La rêverie suggerita dalle teste di morto si è quindi concretizzata in una sorta di autoritratto che aveva il compito di indagare la genesi e le derivazioni del libro. Non quindi una semplice esposizione d’arte bensì un approfondimento e un “accanimento terapeutico” che mi ha permesso di sondare i meandri della mente, o più precisamente del mio cranio. Da questo presupposto è nato il progetto Cranioscopia, il cui obiettivo era di mettere in evidenza (più che “in mostra”) uno stile di vita, di lavoro e di ricerca non limitabile alla lettura del libro. In altre parole urgeva mostrare ciò che il testo non dice dell’autore, ossia le sue ossessioni, la sua maniacalità, la sua “affezione” verso gli oggetti.

Infatti si potrebbe parlare di un’ossessione dell’ossessione. Teschi, teschi e ancora teschi, impossibile non accorgersene… Stiamo parlando di sovraesposizione mediatica? Quando (e se) credi che la testa di morto abbia perso la sua “aura”?
Teschi – ma anche crani, discrimine non certamente banale, né tantomeno ovvio – che sembrano commisurati al disordine mentale della nostra epoca. Nelle ultime decadi siamo stati letteralmente sopraffatti dai simboli di morte; paradigmatico a questo proposito è il grande murales The EverydayDrawings 1 realizzato nel 2009 da Dan Perjovschi, ove l’artista aveva disegnato un teschio che si chiedeva: “Why am I so popular?”. Tutti questi reperti osteologici (o forse sono solo estetici?) sono stati sottoposti ad asepsi culturale, ripuliti della loro morale e sterilizzati della loro fenomenologia. Svuotati di valenze simboliche e messianiche, i teschi rischiano d’essere vilipesi dal gusto per la provocazione – ormai priva di mordente – che affligge la gran parte degli artisti d’oggi. Ai giorni nostri i “momenti-ammonimenti tematici” diventano clichés pieni di retorica, mentre la complessità dei simboli incorre in pauperistiche convenzioni formali. Una certa negligenza ha portato il soggetto alla promiscuità: spossessato delle sue implicazioni originali, esso rischia di misconoscere la propria funzione, finanche la sua identità. Negli orientamenti più attuali, le implicazioni simboliche compiono un vero illecito ai danni del memento mori: non si aggredisce più lo spettatore (incutendogli la paura di morire), si cerca semmai di trasgredire (per provocare un pur fallimentare raccapriccio) e farsi beffa della precettistica del Seicento. Accade allora che nel deflusso di significati esistano vaghe concordanze con le fonti originali, ma nella maggior parte dei casi si giunge a un abuso di interpretazione che inevitabilmente porta alla confusione. La gran parte dei teschi sono praticamente incapaci di adempiere al loro ruolo, proprio perché non sono più dei dispositivi d’attivazione ma soltanto dei simboli di se stessi; tuttavia, in alcuni rari e superbi casi, il soggetto è ancora in grado di entrare in empatia con lo spettatore, sicché qualcosa può comunque essere salvato, amato se vogliamo, sia esso un residuo o una blanda resistenza. Alla resa dei conti, le attuali proposizioni dimostrano come la candida ingenuità dei nostri giorni sia solo una delle tante fasi di assestamento e di definizione del concetto di morte.

Chi è secondo te “il papà” di tutti i teschi che si rispettino?
Se ti riferisci alla contemporaneità, il Black Kites di Gabriel Orozco e i tanti teschi di Jan Fabre sono un ottimo punto di riferimento. Se ci riallacciamo alla storia dell’arte, e quindi dell’umanità, il cranio di Abele (di cui abbiamo perso traccia) è certamente di grande ispirazione.

La mania del teschio prêt-à-porter lascia perplessi. In termini più ampi rispetto ad un’analisi prettamente artistica quale pensi possa essere il suo futuro? Passerà “di moda”?
Dalla fine del XIX secolo la morte è stata sottoposta a una cospirazione del silenzio, ma non dello sguardo come effettivamente dimostrano le arti visive, che viceversa ci hanno assuefatti alla presenza delle “teste di morto”. Emblema per antonomasia dei temi macabri, il teschio ha già scontato momenti di notorietà e di oblio. Il suo apogeo coincide con il tardo Medioevo e con il Barocco, mentre se ne hanno sporadiche testimonianze sia prima che dopo. Adesso siamo giunti al suo terzo “trionfo” e, come spesso accade quando un soggetto è improvvisamente portato alla ribalta, seguirà una (inevitabile) fase di declino. Non v’è dubbio che tra qualche secolo si verificherà una situazione analoga alla nostra, a conferma del fatto che la storia è costellata di “corsi e ricorsi”. Ciò che conta è che – seppur sottoposti a intermittenze – i temi della morte sembrano resistere tenacemente. Come detto, l’iconografia macabra è stata sottoposta a variazioni o a istanze estemporanee, ma nulla passa invano, tantomeno il tempo. Teschi e scheletri appartengono all’immaginario di tutte le società: dalla preistoria fino all’epoca moderna l’uomo ha familiarizzato con questi soggetti, e continueranno a incrociare i nostri destini ancora a lungo.

Cranioscopia rivela la tua natura di artista-collezionista e, forse, di medico mancato… Qual è la tua idea di “cura”?
Premesso che ho fatto l’Accademia di Belle Arti, dove si insegna Anatomia, ho una discreta infarinatura sull’argomento. Devo però ammettere che non sono stato mai particolarmente interessato al corpo, con i suoi muscoli, organi e nervi, ciò che veramente mi appassionava erano le ossa. Poi, quando ho deciso di non diventare artista, la mia formazione non mi permetteva di essere né un anatomista né un chirurgo, è stato quindi inevitabile sublimare questa mia attitudine nella curatela. E in effetti, nutro spesso un’avversione per il ruolo di critico d’arte, preferisco semmai essere definito un “analogo patologo”, proprio perché mi interessano le connessi tra le opere, i rapporti tra le cose. Quanto alle mostre, possono essere curate in modo scientifico, ma non sono da escludere neppure procedure più empiriche e taumaturgiche.

CRANIOSCOPIA
a cura di Alberto Zanchetta

Galleria Rubin
Via Bonvesin de la Riva 5, Milano

Inaugurazione martedì 21 febbraio 2012, ore 19.00
22 febbraio – 4 marzo 2012

Orari: martedì – sabato | 14.30 – 19.30 e su appuntamento
Info: +39 02 36561080 +39 02 36561080
www.galleriarubin.com

 

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