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VENEZIA | Palazzo Grassi e Punta della Dogana | 9 aprile – 3 dicembre 2017

di FRANCESCA CAPUTO

Sembrava improbabile che Damien Hirst – ex Young British Artist, star negli anni Novanta, genio del business che ha saputo cavalcare e piegare le regole del mercato e del sistema dell’arte – riuscisse a superare gli eccessi spettacolari cui ci aveva abituato, dagli squali in formaldeide ai teschi umani ricoperti di platino e diamanti.
Eppure l’ha fatto, concependo un evento colossale, grazie al sostegno di François Pinault, con quasi duecento opere tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia, per la prima volta affidati ad un unico artista. Un progetto cui ha lavorato per dieci anni, almeno così è stato dichiarato.

Damien Hirst, Hydra and Kali Discovered by Four Divers Image: Photographed by Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017

Damien Hirst, Hydra and Kali Discovered by Four Divers
Image: Photographed by Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE
2017

All’inizio di questa epopea su verità e finzione, c’è una storia immaginata. Il recupero di un tesoro mitico, scoperto nel 2008. Un’immensa collezione di oggetti e opere d’arte – appartenuta al leggendario schiavo liberto Amotan II – naufragata insieme a un relitto misterioso, duemila anni fa nell’Oceano Indiano.
La narrazione, così come la seduzione dell’inganno, è parte integrante del progetto. Dal lancio della mostra mediante teaser – brevi video utilizzati nelle campagne pubblicitarie per suscitare la curiosità del pubblico – sino ai lightbox e filmati archeologici che “documentano” il recupero e ai testi in catalogo.
Un format inedito in cui ogni elemento riverbera la dialettica delle opere, tra comunicazione, racconto e creazione, illusione e fede, vero e falso, ossessione e virtuosismo, bellezza e kitsch, memoria e follia, collezionismo, potere e mastodontiche proiezioni dell’ego. La statua di Amotan riemersa dagli abissi rivela d’altronde le fattezze di Hirst che tiene per mano Topolino.

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of Unbelievable, Palazzo Grassi. Damien Hirst, Mickey. Foto: Prudence Cuming Associates. © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2017

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of Unbelievable,
Palazzo Grassi. Damien Hirst, Mickey. Foto: Prudence
Cuming Associates. © Damien Hirst and Science Ltd. All
rights reserved, DACS 2017

Ricrea i suoi Tesori dal Relitto dell’Incredibile addizionando stili e linee temporali in cortocircuito, mescolando materiali antichi e contemporanei, dai led all’acciaio. Ibridando calendari aztechi, divinità egizie, greche, romane, induiste, spesso sature di incrostazioni fittizie, con icone disneyane, citazioni all’arte e alla cultura pop. Creature mitiche con la verosimiglianza di monili, anfore, monete. Un accumulo ipertrofico che oltrepassa il cattivo gusto.
Ma qui non è in gioco la categoria del Bello, i cui parametri oltre a non essere mai stati univoci sono oramai saltati da tempo. L’operazione compiuta da Hirst è di rendere, in maniera neanche troppo velata, vero il falso. Tutto è volutamente artefatto, posticcio, simulato, a cominciare dai materiali utilizzati che, a saper osservare, non sembrano poi tutti così preziosi. Tutto è giocato sull’ambiguità.
Non dimentichiamo che Hirst ha fondato la Science Ltd, società con cui sostanzialmente le sue idee sono legittimate come opere d’arte.

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of Unbelievable, (left to right) Damien Hirst, Hydra and Kali (two versions), Hydra and Kali Beneath the Waves (photography Christoph Gerigk). Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of Unbelievable, (left to right) Damien Hirst, Hydra and Kali (two versions), Hydra and Kali Beneath the Waves (photography Christoph Gerigk). Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS/SIAE 2017

Perché ha voluto competere con mitologia e antichità? Costruire feticci e idoli come reperti dell’antico e del contemporaneo, a metafora della caducità? Creare fake news, invenzioni archeologiche e storiche, per renderli plausibili?
Il decadimento che Hirst asseconda fino all’eccesso e di cui si burla è quello che stiamo vivendo davvero da troppo tempo, l’attitudine di un’epoca fagocitata dalla post-verità.
La verità giace da qualche parte tra le bugie e il vero, ci avverte una scritta all’ingresso della mostra. Dipende dalle singole capacità – di analisi e giudizio critico – se vogliamo ancora concedergli un atto di fede.

*[da Espoarte #97 – Speciale Biennale]

Damien Hirst. Treasures from the Wreck of Unbelievable
a cura di Elena Geuna
Palazzo Grazzi e Punta della Dogana, Venezia
9 aprile – 3 dicembre 2017
Info: www.palazzograssi.it

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