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PRATO | CENTRO PECCI

Intervista a CRISTIANA PERRELLA di Alessandra Frosini*

Approccio multidisciplinare e accento sul public programme, Cristiana Perrella arriva al Centro Pecci di Prato dopo l’“era” Cavallucci con la consapevolezza di poter continuare il percorso iniziato dal predecessore e portarlo avanti sulla strada dell’inclusività.
Curatrice e critica d’arte, per dieci anni la Perrella è stata responsabile del Contemporary Arts Programme presso la British School di Roma, ha collaborato con RISO, il Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia ed attualmente è curatrice alla Fondazione Golinelli di Bologna, oltre a organizzare mostre in musei e gallerie quali la Fondazione Prada di Milano o il MAXXI di Roma. Il suo, in qualche modo, è un ritorno avendo frequentato nel 1991-1992 il corso per giovani curatori che si tenne in quegli anni proprio al Centro Pecci. La neo-direttrice inizia il suo incarico triennale da questa primavera e l’abbiamo intervistata in attesa della rassegna Pecci Summer Live: in occasione del Trentennale delle attività, il Centro Pecci ospiterà un programma di eventi in collaborazione con Prato Estate, a partire dal 23 giugno sino al 13 luglio trasformando il Museo in teatro all’aperto…

Veduta del Centro Pecci. Foto: Fernando Guerra

Veduta del Centro Pecci. Foto: Fernando Guerra

Com’è stato il passaggio di testimone con Fabio Cavallucci? Come intende dare continuità al lavoro di ripartenza del Centro Pecci attuata in questi anni?
Conosco Fabio Cavallucci da molto tempo e lo stimo. Il nostro passaggio di consegne si è svolto tra l’altro sotto i buoni auspici di una fortunata coincidenza: l’ultima mostra da lui programmata, quella di Mark Wallinger (in corso fino al 22 luglio, ndr), la cui inaugurazione ha coinciso con il mio arrivo al museo, ha portato al Pecci un artista che conosco bene e con cui ho realizzato un progetto importante quando dirigevo il programma della British School at Rome (la commissione del video Threshold to the Kingdom, presentato tra l’altro alla Biennale di Venezia e ora in mostra a Prato). Con Wallinger abbiamo perciò deciso di fare un talk insieme, Cavallucci era presente e tutto è stato molto fluido e piacevole. Sicuramente manterrò elementi importanti della sua direzione, come l’approccio multidisciplinare e l’accento sul public programme, basso continuo della programmazione, ricco di incontri, dibattiti, talk.

Quanto è importante l’interdisciplinarità in un centro di arte contemporanea come questo? Come si costruisce la credibilità di un museo?
Credo che l’interdisciplinarietà oggi per un museo d’arte contemporanea non sia solo importante ma indispensabile. Le ricerche più interessanti avvengono nei punti di intersezione tra i linguaggi o nel dialogo tra essi. Inoltre è un modo efficace di allargare il proprio pubblico: chi viene al museo per la prima volta attratto dalla danza o dal cinema, può poi continuare a tornarci per l’arte, purché sia chiara la relazione che lega quanto viene presentato. La credibilità è frutto proprio della capacità di elaborare una proposta culturale ricca, coerente, fondata, viva.

Mark Wallinger, Pietre Prato, 2018 (on the floor); The unconscious, 2010 (on the wall) Ph. OKNOstudio

Mark Wallinger, Pietre Prato, 2018 (on the floor); The unconscious, 2010 (on the wall) Ph. OKNOstudio

Il territorio toscano e soprattutto quello fra Prato e Firenze è fortemente connotato dall’antico. Come si relazionerà con gli altri attori del sistema arte?
Prato ha una storia recente che la differenzia dalle altre città toscane, è stata soprattutto una città industriale e credo che questo abbia contato molto nel determinare la nascita del Centro Pecci. Non a caso l’altro museo d’arte contemporanea nato in Italia negli anni Ottanta, e rimasto insieme al Pecci un esempio unico nel nostro Paese per molto tempo, è il Castello di Rivoli, subito fuori Torino, altra città dalla forte identità industriale. La cultura manifatturiera ha probabilmente permesso di sviluppare uno sguardo e un interesse legato più a una proiezione verso il futuro che verso il passato. Detto questo, sono interessata a creare una fitta rete di relazioni con le istituzioni culturali del territorio, non solo quelle legate al contemporaneo. Sempre di più il dialogo tra espressioni artistiche di epoche diverse risulta ricco di conseguenze e interessante. Anche il pubblico mi sembra si stia abituando a passare dall’antico al contemporaneo.

Il Centro Pecci è un museo che in passato ha avuto notevoli difficoltà, soprattutto nel convogliare pubblico e rapportarsi al territorio in modo costante e propositivo. Quali criticità sono emerse ai suoi occhi? Cosa si può fare per stimolare il pubblico?
Il Centro Pecci, proprio come il Castello di Rivoli, sconta una posizione non centrale e un sistema di trasporto pubblico carente. Allo stesso tempo, credo che ormai il concetto stesso di centro e di periferia sia cambiato e che si possa, ad esempio, parlare di un’unica area metropolitana che comprende Firenze, Prato, Sesto, Pistoia e che può arrivare a includere forse persino Bologna, che è vicinissima. Il Pecci deve riposizionarsi rispetto a questa nuova area d’interesse. Deve conquistarsi il suo pubblico parlando tante lingue diverse, offrendo una proposta ampia, inclusiva, che comprenda fasce di cittadinanza con bisogni differenti. Credo ci siano da questo punto di vista ampi margini di miglioramento.

Qual è la sua idea di museo d’arte contemporanea?
Il museo che ho in mente è un luogo vivo e inclusivo, capace di collocarsi all’interno di un dibattito ampio, nazionale e internazionale, sostenuto però da una costante attività volta al rapporto con il contesto locale, all’affermazione del museo come luogo di creazione, d’innovazione ma anche come “casa comune”, accessibile e aperto a tutti.
Un luogo dove le persone siano al centro, sempre stimolate a spingersi più in là, a farsi curiose delle espressioni artistiche più sperimentali, a frequentare l’arte come una bella e appagante abitudine. Un luogo le cui funzioni convivano in un dialogo serrato: conservazione e ricerca, produzione di cultura contemporanea ed educazione alla sua lettura. Un luogo di scambio con la comunità artistica e con i cittadini.

Mark Wallinger, Passport Control, 1988 Ph. OKNOstudio

Mark Wallinger, Passport Control, 1988 Ph. OKNOstudio

A quali progetti sta lavorando per inaugurare la sua direzione?
Una delle prime cose su cui sto lavorando è il rilancio e la promozione del CID, il centro di documentazione arti visive intorno a cui il museo è nato negli anni Ottanta. A lungo elemento identitario forte del Centro Pecci, negli ultimi anni ha conosciuto un periodo di decadenza e progressiva riduzione dei servizi. Io vorrei restituirgli centralità. Nella mia idea di museo come luogo aperto della città, come piazza del sapere, la biblioteca ha un peso importante, come luogo di incontro, di scambio, di conoscenza. Sto poi lavorando a un progetto sull’impatto che la rivoluzione digitale ha avuto sul nostro modo di guardare, di creare immagini, di avere relazioni con gli altri, di informarci. Un progetto che considera anche il ruolo di città dell’innovazione che Prato punta sempre più ad avere, spesso proprio attraverso la tecnologia, come dimostra il ruolo pilota nella sperimentazione sul 5G, la banda ultra-larga mobile. Al momento però, ciò che faccio maggiormente è ascoltare chi è intorno a me, dallo staff del museo ai responsabili delle istituzioni culturali del territorio, dagli artisti ai cittadini, cercando di farmi un’idea più sfaccettata e approfondita possibile dei bisogni e delle aspettative espressi nei confronti del museo.

*Intervista tratta da “Focus Neo Direttori” pubblicata su Espoarte #101

 

MARK WALLINGER MARK

24 febbraio – 22 luglio 2018

Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci
Viale Della Repubblica 277, Prato

info@centropecci.it

www.centropecci.it

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