di FRANCESCO FABRIS e SIMONE MORABITO 

Non vi è limite all’arte. Essa è, per definizione, espressione del pensiero, della creatività e della sensibilità dell’uomo. Cambia, è noto, con lo spirito dei tempi e con le tecnologie e i nuovi mezzi.
Così l’arte contemporanea ha sviluppato nuovi linguaggi che gli artisti interpretano attraverso l’utilizzo di originali strumenti ovvero la creazione di installazioni o l’esecuzione di performance (singole o di gruppo), spesso uniche e adattate a un peculiare tipo di evento, luogo o collezionista: queste opere prendono il nome di site specific.
Queste possono anche consistere in performance ovvero forme artistiche che si manifestano con l’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo e in un momento particolare.
Si può affermare che queste performance, nell’ambito dell’arte contemporanea, includono il coinvolgimento del corpo dell’artista e del pubblico e sono caratterizzate dall’esclusività del luogo e del momento in cui vengono eseguite.

Mentre l’arte non ha limiti, il diritto li impone: da una parte per garantire diritti, appunto, o altre posizioni d’interesse, dall’altra, per riconoscere e distinguere o circoscrivere le situazioni per l’efficacia delle rispettive norme.
Così, da un punto di vista giuridico, lo strumento per la regolazione di tali rapporti è, secondo il diritto italiano, il contratto.
E in effetti, il rapporto, o meglio i rapporti che vengono ad essere creati tra artista, spettatore e spesso gallerista sono numerosi e complessi, ancora di più nelle opere site specific. Al fine di evitare il rischio che questi non vengano regolati in un modo idoneo, o peggio sia in seguito il giudice a dovere interpretare le volontà delle parti, la soluzione più cauta e lungimirante rimane quella di disciplinare tali rapporti con uno strumento contrattuale che rivesta la forma scritta, redatto da un professionista e che contenga le pattuizioni in merito ai diritti dell’opera d’arte, dell’artista e del gallerista. Sembra una banalità, ma nel mondo delle transazioni che hanno a oggetto cose d’arte, ciò non sempre avviene.
Nella pratica può avvenire quindi che la galleria commissioni all’artista di eseguire un’opera, seguendo, il più delle volte lo schema previsto del contratto d’opera. L’artista, infatti, si obbliga a realizzare un’opera d’arte site specific che così viene creata per essere legata a una certa ambientazione, come riecheggia il nome, che ne è appunto una parte fondamentale.
È ovvio poi che l’artista non ha alcun vincolo di subordinazione nel confronti del committente, ma può utilizzare la materia dallo stesso fornita. Contrattualmente, si può stabilire che la proprietà dell’opera possa rimanere in capo all’artista, oppure questa possa essere trasferita alla galleria o a un collezionista. In questo caso, laddove un’opera d’arte si concretizzi in una performance, la titolarità dell’opera passa al collezionista, il quale potrà farla eseguire un numero infinito di volte, a condizione di osservare le strette specificazioni fornite dall’artista.
Vi è infatti da ricordare che l’art.20 della Legge sul Diritto d’Autore concede all’artista di opporsi ad ogni mutilazione, modifica, deformazione o alterazione dell’opera che ne potrebbe compromettere il diritto morale d’autore.
In questi casi, dunque, l’artista potrebbe validamente opporsi allo spostamento di un’opera pensata per un luogo particolare ovvero alla sua collocazione in luogo inadeguato, così come regolamentare in maniera rigida le forme e le modalità di riproposizione e condivisione delle opere performative.
Questo è solo l’inizio del progresso del diritto dell’arte. Per dirla con un’opera, l’artista Tino Sehgal è salito all’onore delle cronache in quanto le sue opere, quasi mai documentate, sono rappresentazioni uniche, in cui lo spettatore diviene parte della performance. In particolare è degna di nota Progress, in cui il visitatore viene avvicinato da una bambina che lo interroga sul senso del progresso; il visitatore viene dunque accompagnato da altri diversi “soggetti”, sempre più anziani per ogni spirale del Museo. Si conclude con un dialogo profondo, ironico e sprezzante con una attempata signora, con cui si conclude l’opera.
Bambina e attempata signora: arte e diritto?

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