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VARESE | PUNTO SULL’ARTE | 7 maggio – 10 giugno 2017

Intervista ad Annalù di Matteo Galbiati

Resine, riflessi, opalescenze che nascondono – o svelano – immagini, con un intenso dialogo abbiamo incontrato l’artista Annalù che ci ha svelato i “retroscena” delle storie raccontate dalle sue strane e magiche alchimie in momento “fertile” per la sua ricerca che la vede protagonista in diverse mostra tra Italia, Svizzera e Cina. Questa sera l’opening di Nefes: l’alchimia di un soffio della doppia personale, insieme allo scultore Kyoji Nagatani, negli spazi della Galleria Punto sull’Arte di Varese:

Come ci riassumi la complessa parabola della tua ricerca? Ci dai un breve resoconto della tua storia di artista?
Se parliamo di inizio vero e proprio forse posso farlo coincidere con gli anni di Accademia anche se il fuoco è qualcosa che bruciava già da molto tempo prima. All’istituto d’arte per esempio cercavo di creare composizioni che andassero oltre l’esercizio e cercavo di nutrirmi di tutto ciò che avrebbe potuto un giorno diventare per me database dal quale attingere.
Provenendo da un piccolissimo paese ho capito da subito che era importante connettermi con il resto del mondo e per farlo dovevo lavorare tanto e cercare di mostrare il lavoro il più possibile, così ho partecipato a concorsi e premi fino a quando ho iniziato a lavorare con le prime gallerie. Uno start importantissimo per me è stata la selezione di giovani artisti da parte del Padiglione di Israele alla Biennale di Venezia del 2001; si sono accesi i riflettori sul mio lavoro ed io ero appena uscita dall’Accademia quindi fu non solo un’emozione fortissima ma anche una grande responsabilità. Sono cominciate collaborazioni importanti sia nazionali che estere ed ho messo a fuoco sempre di più il mio lavoro cercando di consolidarne il linguaggio.

Annalu’ LUZ radice di vite, vetroresina, inchiostri, foglia oro cm 280 x 170 x 10 2016

Annalu’
LUZ
radice di vite, vetroresina, inchiostri, foglia oro
cm 280 x 170 x 10
2016

In che serie si suddividono le tue opere? Cosa raccontano?
Nel corso degli anni ho affrontato diversi progetti non li chiamo cicli, perché di fatto alcuni di questi non li ho mai abbandonati ma anzi crescono di consapevolezza nel corso del tempo maturando nuove soluzioni.
Non mi piace parlare di suddivisione ma di Codici e forse questi sono i principali: liquidità, sospensioni, rizomi, traiettoria, trama affrontati anche nell’ultima monografia Annalú Works 1994-2014 edita da Silvana Editoriale e curata da Martina Cavallarin. Dentro questi codici sviluppo racconti che portano il nome di Mandala, Waterbook, Codex, Islands, Bodies.
Non ho dei soggetti preferiti: ho delle storie da raccontare ed ogni volta cerco di trovare gli strumenti più idonei per farlo.
Utilizzare ed evocare gli elementi naturali è come usare i mattoni per costruire un’architettura: per me è naturale farlo. E mi rendo conto che ogni tematica la affronto proprio come fosse un architettura da costruire.

ANNALÙ, PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO…E ANCORA PRIMAVERA, 2017, vetroresina, radici, inchiostri, carta, 63 x 50 x 50 cm

ANNALÙ, PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO…E ANCORA PRIMAVERA, 2017, vetroresina, radici, inchiostri, carta, 63 x 50 x 50 cm

La materia del lavoro non è solo un mezzo, ma una componente fondamentale a definire anche l’essenza delle tue visioni. Perché è tanto importante?
Nel mio lavoro tecnica e contenuti vanno di pari passo.
Le resine che utilizzo ed ho utilizzato negli anni le ho fortemente cercate, volute ed, oggi, anche create su misura.
Da sempre la costante sfida è stata quella di combinare una materia cosi poco emozionale con un linguaggio espressivo che vuole essere pregno di meraviglia, di freschezza e di poesia.
Tutto deve sembrare facile, naturale. Lavoro tantissimo in questo senso.
Racconto mondi sospesi in metamorfosi e mi pongo in quell’istante di transizione fra pittura e scultura, in un terreno ibrido che mi permette di sperimentare differenti possibilità espressive.
Ogni opera è una finestra su mondi nascosti e scelgo sempre accuratamente la tipologia di resine per realizzarli.

Come sono cambiati i materiali nei tuoi lavori e come influenzano le immagini delle opere che crei?
Prima di arrivare alle trasparenze della resina sono passata per diversi materiali ma sempre sostanzialmente inizio dalla sperimentazione. Ed inizio soprattutto dalla necessità di tradurre in forma dei contenuti. La necessità spinge alla ricerca di trovare le strategie giuste, i modi per dare voce all’immagine da creare.
Un tempo grattavo la carta, la esasperavo distruggendo inchiostri e supporto insieme per sottrazione con acidi e candeggine; scavare la carta era come scavare una pietra per me, era cercare in profondità. Ma la bidimensionalità non mi è mai bastata e così ho cercato altrove imparando a fondere, lavorare il legno, il ferro e poi il bronzo.
Ho sempre avuto la sensazione che avrei dovuto imparare a lavorare la maggior parte dei materiali possibile perché cosi avrei potuto un giorno farli dialogare.
Molti anni fa poi lavorando sulla trasparenza cercai il materiale più idoneo a rappresentarla. Mi sono imbattuta nella resina e nonostante la difficoltà nella lavorazione fui conquistata dalle sue molteplici possibilità costruttive che per me corrispondevano a possibilità di linguaggio. Da li mi si è aperto un mondo.

Annalù al lavoro nel suo studio

Annalù al lavoro nel suo studio

È vero che hai registrato una particolare componente di resina? Come mai una scelta tanto radicale?
Non la definirei una scelta radicale ma una necessità. Per essere più precisi non ho registrato una resina ma una metodologia di lavoro. Si tratta di un copyright internazionale sul modo di utilizzare ed impastare insieme diverse tipologie di resine che solo apparentemente non possono stare insieme. Sono sperimentazioni che ho attuato in vent’anni di lavoro, intossicazioni, destabilizzanti cadute ed esaltanti riuscite.
L’anno scorso ho avuto la fortuna di incontrare un tecnico che si è appassionato al mio lavoro e che mi ha fatto conoscere un chimico con il quale sto lavorando per formulare viscosità, tempi ed impregnazione secondo le mie necessità. Un progetto ambizioso, un sogno forse, che stiamo provando a realizzare insieme.

ANNALÙ, Dreamcatcher n.16, 2017, Vetroresina, inchiostri, carta, cenere, 150x130x25 cm

ANNALÙ, Dreamcatcher n.16, 2017, Vetroresina, inchiostri, carta, cenere, 150x130x25 cm

Tempo, natura, uomo sono tre gradienti essenziali di tutta la tua poetica: come coesistono nelle tue creazioni?
Coesistono dentro un linguaggio visionario e metamorfico. L’ho ribadito più volte questo concetto: nel mio lavoro non parlo della carne, parlo di respiri, di pensieri e cerco di dialogare con l’anima delle cose.
Ho una percezione del tempo molto dilatata, perché nei miei tanti tentativi di fermare nella resina il suo scorrere cerco di porre l’attenzione fra ciò che era e ciò che potrebbe diventare, così il Tempo diventa Memoria all’interno del lavoro.
Poi il tema della leggerezza che va molto oltre l’utilizzo di simboli come la farfalla. Ho sempre amato più il vuoto che il pieno, questo è stato il collante comune nel corso degli anni: i miei mondi si smaterializzano in universi immateriali e leggeri, in impronte e memorie. Non racconto della carne ma della spiritualità.
Il mio lavoro può sembrare fuori dal tempo ma io voglio il cuore del tempo: è una riflessione sul mondo e su un senso di sacralità che è intrinseco alle cose. La materia che uso diventa semplicemente uno strumento per dare forma a questa visione.
Io sono il mio lavoro. Io sono la trasparenza e l’opacità, l’apparente fragilità strutturata con forte fibra invisibile; sono la disgregazione e l’assemblaggio; sono la materia che si smembra e l’inchiostro che si liquefa.

Le relazioni tra micro e macro sono un’altra evidenza: dove mira, in questo caso, il tuo sguardo e il tuo pensiero?
Il micro ed il macro cosmo insieme al concetto della metamorfosi sono nel mio lavoro una costante ed un impasto di molte elementi: nella natura e dalla natura osservo, ascolto, rifletto e rielaboro.
Mi interessa il momento del passaggio tra uno stato e l’altro, fra realtà differenti e condivido un atteggiamento molto vicino alla scienza alchemica. È il momento di transizione che ha tutto il mio interesse ed è proprio quel momento che cerco di bloccare nel tempo e nello spazio attraverso la resina creando quello che io chiamo equilibrio dinamico. L’operazione che svolgo non è poi così lontana dalla trasmutazione di una materia in un’altra: questo è evidente sia nelle opere passate sia in quelle più recenti.

Aldilà del gioco enigmistico, Caso, Caos, Cosa sono tre polarità che determinano la creazione delle tue opere. Come si regolano? Quali specificità ottemperano?
Tu sai quanto mi stia a cuore questo anagramma che ti ho raccontato a suo tempo e ponendo i termini in una linea temporale progressiva otteniamo caos-caso-cosa che ci riporta a quel e pluribus unum che affrontai già nel 2008 e poi nella personale del 2011 con Quaroni.
CAOS: esploro i flussi di crescita e ploriferazione ed il mondo delle sostanze sublunari ma dalla massa informe, la colata di resina liquida, cerco di costruire una forma solida. Da qui la necessità di governare il CASO che nello specifico del mio lavoro ha fascinazioni terribili quanto difficili da controllare. Una delle cose che ricordo con maggiore enfasi nei miei anni di accademia è l’attenzione a non lasciarsi troppo conquistare dagli “effetti speciali” che certi materiali offrono; all’epoca erano le numerose possibilità pittoriche dell’incisione.
Oggi per me lo è il colore dentro la resina cosi come alcuni processi di catalisi della stessa. Governare un materiale liquido e chimico come la resina per creare alcune delle mie “architetture” è davvero complesso ed ogni volta devo inventarmi strategie, metodologie nuove a seconda della stagione, delle resine coinvolte, dei materiali altri inglobati. Governare la casualità significa prima riconoscerla o meglio riconoscerne le conturbanti manifestazioni e fissarle nel tempo e nello spazio per farne Opera e quindi COSA.

Come ti regoli allora sul riconoscimento e il controllo del processo della materia? Un processo che non avviene nella facilità, ma che accoglie comunque l’attesa di una naturalezza spontanea…
La naturalezza è uno degli elementi a me più cari all’interno del lavoro e quindi l’attesa è proprio quella di ritrovare questa spontaneità. Esattamente come fosse un evento naturale che si sviluppi di fronte ai nostri occhi. Ovviamente come accennavo poco fa questo non corrisponde alla semplicità d’esecuzione. Dal punto di vista strettamente tecnico è complesso per me definire le strategie di controllo perché ogni volta sono diverse. Devo mantenere lucidità ed attenzione in tempi diversi delle catalisi e nello stesso tempo capire quando fermarmi.

Annalu’ LACE, vetroresina, inchiostri, radici/ resinglass, ink, roots cm 155x140x13 2016 

Annalu’
LACE, vetroresina, inchiostri, radici/ resinglass, ink, roots
cm 155x140x13
2016

Quale impressione deve cogliere lo spettatore all’interno di immagini di stupefacente e forte visionarietà?
La meraviglia di vedere non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe diventare quella forma. E farlo con la sola immaginazione visto che l’opera rimane comunque una forma statica. Cerco di insinuare la dinamica nel pensiero: il mio spettatore può guardare l’attimo ma immaginare il futuro.

In cosa pensi sia contemporanea la tua ricerca artistica? Quali sono gli spunti determinanti per il nostro tempo?
In realtà è da molto tempo che guardandomi attorno non so piu’ cosa sia veramente “contemporaneo”. Io cerco di dare forma alle mie visioni. Sono pensieri che mettono in moto immagini. Sicuramente una mia caratteristica è quella di non urlare ma di sussurrare. Un soffio.
Non urlo il dolore in maniera evidente e la mia non è una questione di leggerezza nei confronti dei grandi temi ma di una consapevolezza diversa, di un modo diverso di approcciarmi al mondo. Più viene esposto il dramma più io mi allontano da esso ma ne evoco la sofferenza senza esporlo alla luce violenta.
In controluce ed in penombra le pieghe si leggono in maniera evidente come le rughe di un’esistenza.

Quali sono le tue aspirazioni, i desideri? Cosa vorresti realizzare per il futuro?
Desidero continuamente rinnovarmi e andare oltre. Questa spinta emotiva invade la mia quotidianità come il mio reale trascende nelle mie creazioni. Così non svelo mai i miei sogni ma cerco di realizzarli traducendoli in forma.

Annalù (A. Boeretto) è nata a San Donà di Piave (VE) nel 1976. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Venezia (1999), vive e lavora nella sua casa palafittata in riva al fiume Piave a Passarella di San Donà di Piave (VE).
www.annalu.it

ANNALÙ. Nefes: l’alchimia di un soffio

NAGATANI. Semi del tempo

a cura di Alessandra Redaelli

7 maggio – 10 giugno 2017
Inaugurazione sabato 6 maggio 2017, dalle ore 18.00 alle 21.00

PUNTO SULL’ARTE
Viale Sant’Antonio 59/61, Varese

Info: +39 0332 320990
info@puntosullarte.it

www.puntosullarte.it


Altre mostre:

aprile – giugno 2017
Grand Opening Bravo Group Israel, Shenzhen (Cina)

24 gennaio – 7 settembre 2017
Hagakure (mostra personale)
a cura di Gamert & Partner AG
Spazio Artè, Lugano (Svizzera)

febbraio – giugno 2017
Annalù (mostra personale)
a cura di Charly Darwich
Four Season Sheraton, Shenzhen (Cina)

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