ROMA | Galleria Borghese

Intervista ad ANNA COLIVA di Antonio D’Amico*

Tra i 20 nuovi direttori dei musei italiani l’unico ad essere riconfermato al suo posto è Anna Coliva, il cui nome è legato alla Galleria Borghese sin dal 1994 quando è stata nominata “Ispettore Storico dell’Arte presso la Galleria”, per poi diventarne “funzionario delegato alla direzione”. Adesso la riforma l’ha consacrata Direttore a tutti gli effetti, senza giochi di parole. Il suo dunque è davvero un caso emblematico perché la sua figura è legata alla Borghese in maniera indissolubile da circa 22 anni. Eppure, ascoltando il suo punto di vista, estremamente interessante (e a primo acchito per nulla confortante), non sembra così. Rileggendo il suo vastissimo curriculum, in questi anni sembrano molte le iniziative promosse in Galleria e tante le innovazioni apportate grazie ai suoi interventi e alle sue doti “manageriali”, ma la Coliva si sente rivestita del ruolo di “Direttore” soltanto adesso e solo da qui in avanti potrà davvero esercitare il suo incarico senza limitazioni, sperando arrivi il tanto desiderato e competente personale amministrativo. Le abbiamo rivolto alcune domande alle quali ci ha risposto in piena estate dall’estero, non risparmiando gli aspetti critici e mettendo in evidenza elementi che potrebbero aprire spunti interessanti di riflessione sul “sistema museo” in Italia e sulla sua effettiva gestione, cercando qualche volta di escludere da queste considerazioni la politica e il ministero, perché non è sempre detto che debba morire Sansone e con lui tutti i Filistei!

Galleria Borghese. Foto: © Filippo Vinardi

Galleria Borghese. Foto: © Filippo Vinardi

Tra gli ex direttori, funzionari di soprintendenza in sella ai musei, lei è stata l’unica ad essere riconfermata al suo posto, pertanto nessuna novità per lei rispetto al lavoro fatto in questi anni e allo status della Galleria Borghese. Che effetto le fa, soprattutto in un momento della sua carriera in cui sta quasi per raggiungere il traguardo della pensione?
Con la mia riconferma si è creato per me un ruolo completamente nuovo. Nuovo nel senso che prima i direttori di museo semplicemente non esistevano. Così come non esistevano i musei. Capisco che è difficile da capire per chi è al di fuori dell’organizzazione italiana delle nostre strutture culturali, ma era semplicemente la realtà. I musei erano uffici delle Soprintendenze, esattamente come c’è un ufficio catalogo o un ufficio di direzione di un certo territorio. E i “direttori” erano semplicemente funzionari preposti all’ufficio senza alcun potere reale perché qualunque decisione anche scientifica faceva capo al Soprintendente che, molto spesso, non aveva tra le proprie vaste funzioni o priorità il funzionamento dei musei e la loro programmazione, per non parlare di qualunque progetto di ricerca. Poiché devono rispondere alle esigenze dei visitatori, i musei erano percepiti spesso come fastidi, cosa non rara per gli apparati burocratici italiani spesso riottosi nei confronti dei diritti degli utenti. Figuriamoci poi far passare un progetto o delle migliorie nei sistemi di accoglienza!
La situazione in cui ci si trovava credo che, per i miei nuovi colleghi, suoni quasi incomprensibile. Però dovrebbero pensarci molto, per evitare di dare giudizi ingenerosi verso chi li ha preceduti e che comunque è riuscito a fare cose enormi rispetto ai mezzi che aveva a disposizione e le condizioni in cui doveva operare, non ultima quella di farsi accettare dal vasto apparato burocratico proprio in quanto direttore di un museo. Condizioni che certo loro non avrebbero mai accettato.

Rispetto alla Riforma Franceschini, cos’è cambiato concretamente nella gestione della Galleria Borghese? In che modo i suoi ruoli sono mutati rispetto a prima? Il suo caso, di direttore riconfermato, è emblematico proprio per capire il prima e il dopo e le modalità nuove introdotte da questa riforma.
La riforma Franceschini ha portato un cambiamento totale e ha “semplicemente” creato la figura giuridica del Museo e di conseguenza quella del direttore.

Salone degli Imperatori, Galleria Borghese. Foto: © Candida Höfer

Salone degli Imperatori, Galleria Borghese. Foto: © Candida Höfer

Quali sono secondo lei i punti di forza di questa riforma e come li sta attuando in Galleria?
I punti di forza sono quelli, fondamentali, di poter avviare finalmente nei musei una vera gestione, vale a dire operatività, potere decisionale, possibilità di effettuare delle scelte e di prendersene la relativa responsabilità, avviare una programmazione e rispettarla. Cosa che prima non era così certa perché bastava un’opinione contraria o semplicemente una non opinione o un disinteresse di una qualunque gerarchia superiore per mandarla a monte. Finalmente i visitatori vedranno rispettati i propri diritti e potranno chiederne conto se ciò non avviene.

Quali, invece, i punti deboli? Allo stato attuale cosa non le è concesso fare che invece vorrebbe attuare per il buon funzionamento della Galleria?
I punti deboli sono quelli comuni alla più parte degli apparati amministrativi dello Stato: il personale. La carenza e spesso la totale mancanza di personale per i ruoli chiave, che per noi sono quelli amministrativi e contabili. La Galleria Borghese è un caso eclatante perché si trova, a un anno dalla riforma, ancora con sole 5 persone in totale negli uffici (me compresa) perché è stata spogliata del personale negli ultimi anni. Ma anche per gli altri ci sono molti problemi, perché il personale amministrativo oltre che scarso non è qualificato quanto quello scientifico (archeologi, storici dell’arte, archivisti, etc…) e questo non per caso ma perché mentre i ‘tecnici’ per accedere al ministero e ai vari ruoli erano sottoposti a duri concorsi, il personale amministrativo no, ha sempre avuto qualificazioni molto “agevolate”. E questi sono i risultati.
Il personale amministrativo abile e preparato è indispensabile per raggiungere i risultati che si richiedono ad una gestione veramente manageriale. Anche da un punto di vista scientifico. Infatti qualunque azione ha bisogno di procedure amministrative che in Italia sono divenute estremamente complesse. Senza queste ogni cosa si blocca, ogni iniziativa o progetto divengono inutili. Per non parlare della difficoltà di gestire i fondi che vengono introitati: senza un ufficio contratti e gare, i soldi non si possono spendere. Ed ecco spiegato lo scandalo di fondi persi perché non spesi.
Questo rischierà di far perdere non solo competitività ma anche molto danaro alle nostre strutture. Faccio un esempio molto banale: nella seconda metà di agosto ci è stata richiesta una visita in esclusiva per un piccolo gruppo di cinesi disposti a fare una generosa elargizione. Il pochissimo personale era (giustamente) in ferie e data l’esiguità non poteva alternarsi. Dunque nell’ufficio nessuno poteva materialmente dar corso alla difficile procedura di concessione in esclusiva del museo, né occuparsi di tutti i dettagli che dovevano rendere adeguato lo standard richiesto. Pertanto niente visita e niente soldi. E così in molti altri casi, tutti più complessi di questo: l’impossibilità di compiere le procedure d’obbligo fa perdere moltissime occasioni. Come si fa, così, a competere sulla managerialità? Va poi aggiunto il costante freno, anche questo comune a ogni struttura di pubblico impiego, posto dalla perenne conflittualità sindacale.

Galleria del Lanfranco, Galleria Borghese. Foto: © Candida Höfer

Galleria del Lanfranco, Galleria Borghese. Foto: © Candida Höfer

La figura del nuovo direttore, com’è del resto intesa negli altri Paesi del mondo, è considerata al pari di un manager. In che modo questo è possibile in Italia e in particolare alla Galleria Borghese a Roma? Il rapporto con partner privati è saldo?
Per la Galleria Borghese, che per fortuna gode da tempo di una felice situazione per quanto riguarda le condizioni del luogo, delle opere, del rapporto con il pubblico e con i privati che ci hanno dato, e che ci continuano a dare, generosamente, il loro sostegno, ho un progetto molto ambizioso: rendere quello che offriamo nel nostro presente in grado di competere con ciò che ci è stato lasciato dal nostro passato.
Solo di questo dovremmo rispondere. Far sì cioè che l’aggiornamento scientifico, gli apparati didattici, le strutture multimediali di informazione, i servizi, le strutture di accoglienza, i luoghi di ristoro, i punti vendita, abbiano una qualità degna di ciò che i visitatori vedranno. Mi auguro che non debba più succedere quanto è avvenuto in questi anni: turni grossolanamente contingentati e visitatori costretti a uscire al termine del turno soltanto perché per anni non si è riusciti a far approvare l’installazione di un sistema, altamente tecnologico ma del tutto fattibile, messo a punto in anni di studi dei flussi, che ci avrebbe permesso di formulare un progetto del tutto innovativo e un incremento di visitatori con relativi introiti.
Il piano che ospita il foyer, “moderno” e ricavato per i servizi, deve essere in grado di competere, per livello estetico, con i piani superiori. I capolavori di cui abbiamo la fortuna di godere devono essere costantemente valorizzati da adeguati lavori di ricerca, affiancati costantemente dai mezzi di divulgazione che la moderna tecnologia ci mette a disposizione.

Qual è il traguardo più importante che si è prefissata di raggiungere?
Mettere il visitatore al centro del nostro lavoro, anche di quello dei custodi, far sì che sia felice di trovarsi nel luogo “museo” e che voglia ritornarci, che possa fare l’esperienza di un luogo sublime che ci ha lasciato il nostro passato, ma sentirsi arricchito anche da ciò che siamo riusciti a costruirvi intorno nel nostro presente, attraverso un pensiero fortemente contemporaneo.

*Intervista tratta da Espoarte #94


Museo e Galleria Borghese

Piazzale del Museo Borghese, Roma

www.galleriaborghese.it

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