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INTERVISTA DI MATTEO GALBIATI
tratta da Espoarte Contemporary Art Magazine n.59

Il museo MARCA di Catanzaro – mantenendo le promesse fatte durante l’inaugurazione dello scorso anno – torna ad ospitare una mostra personale dedicata ad un grande artista internazionale: se l’apertura era stata riservata alle Lamiere di Rotella (catanzarese d’origine), Alberto Fiz, direttore artistico del museo calabrese, presenta in quest’occasione l’ultimo ciclo di lavori di Alex Katz. L’insieme delle opere, tutte di grandi dimensioni e del più recente periodo, si sviluppa attorno alle Reflections, tema in cui l’artista pone al centro della sua indagine estetica le immagini riflesse. Katz, fedele ad un linguaggio pittorico che ha fatto della figurazione il suo mezzo espressivo unico, sceglie di rimanere lontano dagli illusionismi per manifestarsi in una pittura fatta di lucida conoscenza e intensa poetica, anche se fondata su un soggetto ricco di trascorsi nella storia dell’arte. Il suo rimane, da quasi cinquant’anni, un sapere attento alla realtà e ai suoi fenomeni, dove ogni manifestazione è oggettivamente ripresa e impressa sulla tela in istanti assolutamente particolari. La mostra nel museo catanzarese è occasione per approfondire ulteriormente la conoscenza del grande maestro americano e della sua scrupolosa attenzione alla figura.

Matteo Galbiati: La sua pittura si è affermata negli anni ’50, in un periodo in cui la figurazione era stata fortemente messa in discussione dalle posizioni dell’allora nascente espressionismo astratto. Cosa l’ha spinta a concentrarsi esclusivamente sulla figura rispetto a ricerche che stavano diventando predominanti?
Alex Katz: Questo è sempre stato il mio soggetto: è ciò che avevo intenzione di fare e, se avesse fallito, significava che doveva proprio fallire. La mia è stata una scelta totalmente istintiva.

Si sente in qualche modo antagonista, in opposizione o, più semplicemente, è un’altra voce, rispetto a quelle tendenze?
Mi piaceva molto l’Espressionismo Astratto e pensavo che il mio lavoro ne fosse conseguente. Questo periodo ha fondato, procurandomela, la mia grammatica. La mia pittura deriva naturalmente da qui.

Si dice spesso che abbia anche anticipato la voce della Pop Art, in particolar modo Andy Warhol, quali sono i legami sostanziali tra la sua ricerca e quel linguaggio? Personalmente mi pare che gli esiti della sua pittura siano ben lontani da quelli popular: che analogie e soprattutto che differenze vuole sottolineare?
Ci siamo lasciati entrambi influenzare dalla cultura pop, ma in modi ben diversi. Warhol e Wesselmann ricorrevano ad immagini che io sviluppavo per la loro arte. Stavamo però tutti operando da quella cultura. Le differenze si rilevano semplicemente nel fatto che agivano attraverso i segni mentre io attraverso i simboli; partivano dalle riproduzioni, io attingo dalla vita.

Le sue opere mi suggeriscono molta affinità con le suggestioni dei contenuti intimisti, emotivi e sentimentali ravvisabili nei primi dipinti figurativi – con o senza la presenza della figura umana – di Rothko, oppure nelle opere di Hopper, Mellery o Tooker… Quali sono i suoi modelli o i suoi punti di riferimento?
Le astrazioni di Rothko erano un ascendente influente: ho iniziato usando i colori come sostanze e corpi, con un loro peso. Rothko dipingeva senza i limiti di Matisse e Picasso, i quali lavoravano imprigionati entro spazi chiusi: si librava nella vastità di quelli aperti.

Nella conferenza stampa della sua mostra a Catanzaro ha sottolineato anche il suo amore per il Rinascimento Italiano. Che presenza hanno nel suo lavoro e perché?
Per diversi aspetti, svariati artisti sono stati importanti. Per esempio Giotto è fantastico: in alcuni casi pare simile alla luminosità degli anni ’60 e la qualità del tuttotondo è sensazionale. La relazione che intercorre tra i personaggi rende sensazioni e impressioni private e intime di dominio pubblico; è un punto di riferimento. Nessuno poteva far meglio di lui.
L’Espressionismo Astratto mi ha portato a vedere Veronese e Tintoretto, esempi di artisti cui ambire. Piero della Francesca è stato un altro modello importante. All’inizio ho potuto ammirare questi artisti solo da riproduzioni, quando sono andato al Louvre per la prima volta avevo già trentacinque anni. Pensavo che le opere di Veronese fossero imponenti e grandiose a tal punto da rendere molte cose a New York piccole al loro confronto. Ho voluto adottare la pittura figurativa e l’ho riportata ad una scala realmente grande.

Parte dal soggetto e su questo sofferma la sua attenzione, dipinge mantenendo al centro la sola figura, ripulita dagli elementi distraenti, ma il suo realismo esula da una sua mera riproduzione fedele e presente. Possiamo parlare di un realismo oltre la contingenza?
Il Realismo è una questione di opinioni. Oggi ne viviamo di diversi: gli artisti più forti possono rendere il loro maggiormente valido per un periodo di tempo relativamente breve.

Si può dire che i suoi personaggi trascrivono emozioni nell’eternità della loro presenza?
Quando ho iniziato a dipingere, alla fine degli anni ’50, la gente considerava i lavori freddi e crudeli, mentre ora, gli stessi, sono visti “delicati” come dei Modigliani. Non mi sono mai curato delle emozioni della gente, ma della loro apparenza. Certe cose entrano inconsciamente nei dipinti, ma consciamente sono come appaiono.

In questo ultimo ciclo di opere si concentra sul riflesso: cosa rappresenta per lei?
Trovo che i riflessi siano decisamente intriganti nella difficoltà della loro percezione.

A dispetto delle grandi dimensioni di molte sue opere lei non lavora mai troppo tempo ad un dipinto, la sua è un’esecuzione meditata ma veloce – quasi una scrittura automatica – come mai questa scelta d’immediatezza?
Sento che dipingere lasciandosi semplicemente andare, coscientemente o no, sia molto rassicurante. Mi consente di avere una superficie coesa pur su un dipinto ampio, cosa che è piuttosto unica.

Buona parte della giovane arte d’oggi – mi riferisco soprattutto alla pittura – sia negli Stati Uniti e in Europa che in Oriente, sta orientandosi molto sulla figurazione. Chi, per lei, tra i giovani artisti sta svolgendo un’interessante ricerca?
Oggi ci sono molti vivaci artisti al lavoro: Wilhelm Sasnal, Peter Doig, Luc Tuymans e John Currin, questi penso siano tutti pittori interessanti.

Nel panorama contemporaneo, che resta eterogeneo e variegato, quale destino spetta quindi alla pittura figurativa?
Non ne ho proprio idea!

A che progetti sta lavorando? Ci anticipa qualcosa?
Ho trovato un campo giallo scuro che mi interessa particolarmente: una palude. Lavorerò con delle persone che si riflettono in questa. Utilizzerò dei riflessi in primo piano con dei gigli d’acqua. La prossima estate vedrò cosa ne uscirà.

Mi ha colpito molto la sua affermazione «Le mie immagini sono tanto semplici da non poterle evitare e tanto complesse da non riuscire ad afferrarle», può essere questa la sintesi estrema della sua poesia?
Credo proprio di sì!

Alex Katz è nato nel 1927 a New York. Vive e lavora tra New York e Lincolnville (Maine)

Mostre personali recenti:
2009 – Alex Katz, Sara Hildén Art Museum, Tampere (Finlandia)
– Alex Katz: Seeing, Drawing, Making
, Parrish Art Museum, Southampton, New York
– Alex Katz. Reflections
, Museo delle Arti di Catanzaro (MARCA), Catanzaro
– Alex Katz: Fifteen Minutes
, Pace Wildenstein, New York
2008 – Alex Katz, Galerie Jabonka, Berlino
Subject to Reversal, Richard Gray Gallery, Chicago
Alex Katz: Seeing, Drawing, Making, The Gallery at Windsor, Vero Beach (Florida)
2007 – Alex Katz Paints Ada 1957-2007, The Jewish Museum, New York
– One Flight Up
, Timothy Taylor Gallery, Londra
– Alex Katz
, Galerie Thaddaeus Ropac, Salisburgo
– Paintings Studies Cartoons
, Galeria Toni Tápies, Barcellona

Mostre collettive recenti:
2008 – Art after 1970. From the Albertina, The Albertina, Vienna
2007 – Back to the figure contemporary painting, Museum Franz Gertsch, Burgdorf (Svizzera)
2006 – Essential painting, National Museum of Art, Osaka

Evento in corso:
Alex Katz, Reflections
a cura di A. Fiz
MARCA – Museo delle Arti Catanzaro
Via Alessandro Turco 63, Catanzaro
Fino al 27 settembre 2009

Galleria di riferimento:
Monica De Cardenas, Milano

Dall’alto:
“Duo (Sharon and Kym)”, 2008
Reflection 7”, 2008
Vincent (study)”, 2008

 

 


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